mercoledì 17 giugno 2009

Petru, Ucciso Da Indifferenza E Pallottole

Articolo Tratto Da "Il Mattino"

NAPOLI (16 giugno) -L’ultimo taglio di luce illumina i vicoli del ventre di Napoli quando quattro moto si lanciano verso via Pignasecca. Sfrecciano contromano, puntando verso piazzetta Montesanto.
Il nastro del sistema di videosorveglianza della Cumana segna con precisione l’inizio della fine di una vita: quella del romeno Petru Birladeandu.
Era arrivato a Napoli con la speranza di un’esistenza migliore, sulla sua strada ha trovato solo una raffica di mitraglietta che lo ha ucciso.
Martedì 26 maggio, ore 19,47. Inizia da qui la ricostruzione filmata della tragedia registrata in tutte le sue fasi grazie a tre videocamere.
La prima inquadra via Pignasecca, le ultime puntano l’obiettivo sugli interni della funicolare di Montesanto.
I fotogrammi di questi allucinanti filmati sono stati acquisiti dalla polizia e trasmessi nel fascicolo d’inchiesta coordinato da due pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, i pm Sergio Amato e Michele Del Prete.
L’indagine è quella della «faida dei Quartieri spagnoli», ma anche quella sull’omicidio di Birladeandu.
Nel primo video si nota l’irruzione dei killer, otto giovani (sei dei quali indossano un casco integrale) a bordo di quattro tra moto e scooteroni.
Volano contromano, due dei killer impugnano mitragliette puntate ad altezza d’uomo.
Poco prima dell’arrivo del commando si nota anche Petru che con la moglie risale la strada. Camminano tranquilli sul marciapiedi. I killer si dirigono sotto l’abitazione di Salvatore Mariano, ed è lì che iniziano a esplodere raffiche micidiali.
Dalla funicolare sono appena uscite decine di persone, tra cui molte donne e bambini.
Una raffica centra Birladeanu alla gamba e al torace.
Il giovane, seppur ferito, cerca riparo all’interno della funicolare.
È qui che riprendono le immagini contenute nel secondo video. Gli otto delinquenti sono ormai in fuga e lo scenario è quello dell’ingresso della funicolare, lato scale mobili. Scene convulse di fuggi fuggi generale. Petru inciampa, la moglie lo aiuta a rialzarsi, è ben visibile il sangue che comincia a inzuppargli la T-shirt grigia. L’istinto di sopravvivenza lo spinge a percorrere anche le scale mobili, uno sforzo immane, fino all’arrivo nella sala della biglietteria.
Terzo video, ecco le immagini più tragiche.
Birladeandu, sfinito, si accascia. Cade anche sua moglie, e la piccola fisarmonica rossa che suonava per strada chiedendo qualche spicciolo di generosità. Il suo volto è una maschera di dolore.
Ma la parte più agghiacciante deve ancora arrivare.
Implorano aiuto, i due romeni. Inutilmente.
Pur essendo vicini alla coppia una quindicina di persone, nessuno tenta di aiutare i due.
Mamme e nonni alzano di peso figli e nipoti scavalcando i tornelli d’ingresso. Guardano e scappano. C’è chi continua a parlare al telefonino. Molti certo non hanno capito che quel ragazzo che cade tenendosi stretto il palmo della mano sul petto è una povera vittima. Vittima innocente di camorra.
Come Silvia Ruotolo. Come Annalisa Durante, Gigi Sequino e Paolo Castaldi. Esattamente come Nunzio Pandolfi e Valentina Terracciano.
Sono gli ultimi secondi di vita di Petru Birladeandu. Gli resta accanto la moglie e più nessuno. La donna piange, si dispera, implora l’intervento di qualcuno. Arriva una signora bionda di mezza età, ma resta impietrita davanti a ciò che vede. Poi un uomo, con il cellulare in mano. Intanto gli occhi di Petru si chiudono piano.

Muore così, senza un lamento.

L'Accusa Della Compagna:
«Per mezz’ora il corpo del mio Petru è rimasto per terra senza che nessuno facesse niente. Niente. Ci guardavano tutti e c’era anche chi mi scattava foto. Ma nessuno mi ha aiutata».
Parole dure come sassi, pesanti come macigni, quelle pronunciate da Mirela, la giovane compagna di Petru Birladeandu la sera stessa che si è vista rubare la vita del suo uomo.
Assassini che chiamano camorristi. Bestie. Vallo a spiegare a questa ragazza che non rubava, non chiedeva elemosina, non faceva male a nessuno. Vallo a spiegare a lei, che seguiva passo passo Petru, suonatore di fisarmonica venuto da lontano in un Paese che credeva amico, in una città che si dice generosa ma che partorisce assassini pronti a tutto.
Agli inquirenti che la interrogarono, Mirela raccontò: «È arrivata un’ambulanza, ma non era per noi; era per il bambino ferito. Due feriti un’ambulanza sola... per l’italiano».
Ora la ragazza è tornata a casa sua, in Romania, grazie a un biglietto aereo messo a disposizione dal Comune di Napoli. Viaggio di sola andata? Pare di sì. «Ho paura. Tanta paura - ha confidato ai volontari dell’Opera nomadi, l’organizzazione che per prima si è mossa per garantire assistenza alla donna, che è anche madre di due bimbi ora orfani del loro padre - Ho paura che adesso gli assassini vengano a cercare me, nel campo, per uccidermi». Un tarlo. un pensiero fisso che l’ha spinta ad andarsene da Napoli.«Ora è a casa sua, in una cittadina del nord-ovest della Romania -spiega al Mattino Vincenzo Esposito, responsabile napoletano della Opera nomadi - A Iasi. È qui che sta facendo trascorrere il periodo di lutto, che dura 40 giorni. È lì con i suoi due figli». Adesso si spera che il ministero dell’Interno le accordi il vitalizio dovuto per legge ai familiari delle vittime di ogni mafia. «Le sue ultime parole - conclude Esposito - sono state: «Ora ho un solo pensiero. Prendere il mio Petruper portarlo in Romania, dove voglio e seppellirlo. Qui non lo lascio. No».

Devo dire che sono molto sorpresa.
è la prima volta che vedo riportato sui giornali un evento di Camorra.
Eventi così sono di roturine nelle periferie di Napoli, ma passano sempre inosservati.
Il fatto strano è che stavolta sia successo alla Pignasecca, pieno centro storico, posto frequentato, non in una desolata e isolata periferia dimenticata dai più.
Adesso mi chiedo se sia giusto, che un pover'uomo, onesto, lavoratore, emigrato dalla sua terra per cercare riparo in una terra che sembra offrire tutte le possibilità, sia invece inghiottito dagli orrori di questa.
Petru non è la prima vittima inconsapevole di Camorra, la Camorra agisce ogni giorni, sotto gli occhi di tutti, che però sembrano essere ciechi a quanto succede.
Badate bene però, che molta gente, non solo italiani, ma sopratutto Napoletani, diretti interessati della faccenda, non abbiamo la minima idea di cosa succeda nel loro territorio.
E per chi invece sa, la soluzione è solo una: "andarsene".
Emigrare, dalla terra che per gli altri è un punto d'arrivo, per chi ci vive è un punto morto, che ti soffoca, da cui è meglio andarsene, e il più presto possibile.
è comico, sembra quasi una mentalità bigotta, da anni '50, dove i ragazzi emigravano dall'Italia per andar a cercare fortuna in America.
Eppure, di ragazzi così ne ho conosciuti. Si imbarcano su navani come mozzi, marinai, per salpare alla volta del grande continente. Lo scopo è fare soldi, ma nei piani è inevitabilmente previsto un ritorno a casa, il richiamo della Madre Patria è sempre troppo forte.
Silvia Ruotolo, Annalisa Durante, Gigi Sequino. Adesso questi nomi vengono fuori a raffica.
Tutte vittime innocenti, che non centrano assolutamente niente con il Sistema, magari stavano camminando per strada e come Petru sono rientrate fatalmente nel mirino dei killer.
Ho visto un intervista fatta un po' di tempo fa a dei ragazzi Siciliani, gli interrogavano sulla Mafia, per vedere se ne sapevano qualcosa, se erano d'accordo, se approvavano.
Le risposte erano sempre le stesse, forse sentite a casa dai genitori e ripetute-mi rifiuto di pensae che un ragazzo possa pensare queste cose- ma perlopiù, tutte dettate chiaramente dalla paura.
"la Mafia, ha aiutato il nostro paese a risalire" "Che ce ne importa a noi, l'importante è che ci facciamo i fatti nostri, tanto si ammazzano tra di loro"
No, errato, gli omicidi non avvengono solo all'interno di una Faida.
Ma per fare un po' di luce sulla faccenda, vediamo chi è il diretto interessato della faccenda che risponde al nome di Salvatore Mariano, detto "Tortoriello", bos di Camorra, nonchè obbiettivo dei killer.
(Questo il giornale non l'ha riportato vero?)
Per farlo dobbiamo scorrere con la mente indietro, a una sera del 26 maggio.
In una strada affollata da centinaia di persone, nella vicinanze di uno dei piu’ grandi ospedali napoletani e della stazione della Cumana e della metropolitana, otto persone in sella a quattro moto, sparano all’impazzata. Uno, due , dieci proiettili calibro nove. Due gruppi contro. Da un lato la famiglia che fa capo al bos Enrico Ricci collegato alla potente famiglia dei Sarno di Ponticelli. Clan potente dell’area est di Napoli. Clan vincente. E poi ci sono i Mariano. Famiglia storica dei Quartieri. Il reggente Marco Mariano, scarcerato due mesi fa, dopo vent’anni di galera ma già irreperibile, nonostante il decreto di sorvegliato speciale. Con lui libero anche Salvatore, figlio del boss Ciro Mariano, condannato all’ergastolo. Voci di quartiere sostengono che i Mariano vogliono riprendersi la gestione dei Quartieri e non cedere al clan Ricci-Sarno.
Ma come una partita a scacchi, tutti attendono la prima mossa...

Ed ad agire sono per prima il clan Ricci-Sarno. Un'azione per anticipare i rivali e per dimostrare che sono loro che comandano. Un’ azione eclatante. Violenta. Senza esclusione di colpi.
L'azione che ha visto come Vittima Petru Birladeanu la mattina del 16 giugno.
Gli investigatori sostengono che il raid aveva come obiettivo un palazzo dove abita e gestice un caseificio,Salvatore Mariano, figlio, come abbiamo detto in precedenza, del boss Ciro.
Salvatore era in strada ma, molto probabilmente, avvisato dalle vedette riesce a scappare.
E i colpi sparati dai sicari traffigono il cuore del povero Petru, musicista di strada, mentre cercava di mettersi al riparo all’interno della stazione della Cumana. Un vero e proprio atto di forza del clan Sarno. Bossoli sparati per far capire che il clan una volta definito di periferia, ora si muove alla conquista della città.
E nei quartieri si respira aria pesante. Si attende la risposta dei Mariano. In codice di camorra, al fuoco si risponde con il fuoco. Ancora guerra di faida. Ancora a Gomorra. E ancora un volta gli unici a pagare sono vittime innocenti. E sullo sfondo una città sanguinante, che, ancora una volta, si lecca le proprie ferite.

Un pensiero al povero Petru, alla sua compagna, alla sua famiglia e a tanta gente che, come lui, vede la sua vita sfasciata dalla Camorra.

sabato 6 giugno 2009

Quello Che Le Grandi Firme Sanno(E Che Noi Non Sappiamo)

Chi non si è mai fermato a guardare in una vetrina la collezione di scarpe Fendi, le borse Luis Vuitton..chi si è mai chiesto da dove provenga tutto quel materiale?
Certo, le cose sono cambiate, adesso le grandi firme non sfruttano più manodopera dalla Cina, o almeno, la gente non lavora più 12 ore al giorno con salari alquanto miseri.
Le cose sono cambiate...in peggio.
Discutevo con una mia amica l'altra volta di come, di pari passo con il Sistema economico e industriale, anche il Sistema Camorra sia cambiato.
Adesso non si trova più la vecchia e classica Camorra di un tempo, quella dei tempi di Falcone e Borsellino, quella che ai negozzi chiedeva "il pizzo" se no li metteva a ferro e fuoco.
Adesso pare quasi che Sistema Camorra e Sistema economico si fondano, dando vita a un'organizzazione tanto spaventosa quanto potente.

Bene, la merce-o almeno, per non fare di tutta l'erba un fascio, mi correggo, buona parte della merce-che vedete esposta in quelle vetrine arriva da Las Vegas.
No non sto parlando di quella Las Vegas in Nevada, negli Stati Uniti, il paradiso del gioco d'azzardo, sto parlando di una Las Vegas più vicina di quanto immaginiate.
A nord di Napoli. Quella zona viene chiamata così per varie ragioni.
Come la sua omonima, nasce in mezzo al deserto, dal nulla, chilometri di catrame, di strade, fatte per i camion che trasportano merce più che per macchine.
Spingendosi fuori Napoli e addentrandosi nelle sue periferie spuntano questi paesi all'improvviso, l'uno accanto all'altro quasi a costruire una grande città, strade senza differenze che per metà appartengono a un paese e per metà a un altro.
E bene, seppure sia difficle a credere, questi paesi producono i migliori capi della moda italiana.
Paesi fatti per lo più da fabbriche, che formalmente non esistono, come non esistono i suoi lavoratori-per più della metà donne.
Niente contratto tra lavoratori e capi, niente contratto tra capi e imprenditori, niente finanziamenti, niente progetti, solo un salone e una macchina per cucire, è quanto basta per il lavoro.
Chiunque avesse voluto tentare una scalinata al potere imprenditoriale, in questo territorio avrebe avuto tutte le carte a sua disposizione.
Sistema. Questa è la parola utilizzata oggi per definire gli appartenenti a un clan criminale.
Camorra è una parola brutta, rozza, suona quasi meschina, usata solo da magistrati e giornalisti.
Sistema, fa più classe, più organizzazione; più paura, pensando che nel linguaggio civile la parola Sistema sta a indicare prevalentemente il complesso politico di un paese.
Si fa ancora più fatica a credere che è questo Sistema di paesini alla periferia di Napoli ad aver alimentato il grande mercato internazionale dei vestiti.
Fino a pochi anni fa il Sistema di Secondigliano governava ormai tutta la filiera dei tessuti.
Tutto quanto altrove non è possibile a causa dei contratti, della legge, del copyright, a Napoli si può ottenere.
I clan godono di mano d'opera elevatissima, hanno creato interi sistemi industriali di produzione tessile in grado di produrre vestiti, scarpe, borse...identiche a quelle delle grandi case di moda.
Non solo la lavorazione è perfetta, ma anche i materiali sono i medesimi, comprati o sul mercato cinese o inviati direttamente dalle griffe alle fabbriche in nero(e già, perchè mica si fa tutto alle spalle delle grandi firme, lo sanno eccome, ma di quest'organizzazione parleremo dopo).
Gli abiti contraffatti quindi, non sono la classica merce tarocca, la pessima imitazione, il materiale da quattro soldi. Sono una sorta di spettacolare vero-falso.
L'aquirente daltronde è interessato alla marca, alla qualità del modello, non importava se le mani che avevano fabbricato quella borsa svolgevano nel legale o meno, nè vengono fatti scrupoli per saperlo;la marca c'era, la qualità pure.
Così ogni giorno da quelle piccole fabbriche venivano importati materiali delle più grandi e prestigiose firme in tutto il mondo.
Il resto, lo scarto, l'avanzo, veniva distribuita ai venditori ambulanti per le strade(non avete notate come, ultimamente, la vendita di falsi sia aumentata e come si aumentata notevolmente anche la loro qualità?)
Casoria, Arzano,Melito, producono falsi di Valentino, Ferrè, Versace, Armani, rivenduti poi in ogni angolo della terra.
In un laboratorio della periferia di Napoli è stata scoperta una macchina per poter stampare la gorgone di Versace.
Ma come mai le grandi firme non protestano, vedendo le loro merci vendute e spacciate per loro?Hanno protestato, ma soltanto dopo che l'Antimafia ha scoperto l'intero meccanisco del grande mercato del falso, e solo per salvarsi la pelle-e la reputazione.
Non pensate che non abbiamo denunciato per paura di minacce e persecuzioni da parte dei capi della Mafia.
Semplicemente, denunciare avrebbe significato rinunciare alla manodopera a basso costo che offrivano Campania e Puglia, chiusura dei rapporti con le fabbriche di tutt'Europa, cui molti punti commerciali erano gestiti dai clan, impennate dei prezzi nella lavorazione, distribuzione...
I clan del resto, non commettevano un crimine che andava a rovinare l'mmagine delle firme, ne sfruttava semplicemente il carisma pubblicitario e simbolico.
Non producevano capi, infangando qualità o modelli, ma a nzu, aiutavano a diffondere sempre più il loro marchio.
E qui entra in gioco il ruolo delle fabbriche, quelle che non si sono limitate a osservare, ma a prenderne parte e a collaborare.
Il modo in cui le griffe possono mettersi in contatto con le fabbriche sono le aste.
Le aste funzionano così: tutti i capi interessati si raggruppano in una sede, il portavoce delle griffe lancia la sua offerta: scrive su una lavagna un numero(800, numero di capi da produrre). Oguno fa la sua proposta, dettando prezzo e tempo che può sostenere(800 capi a 40 euro l'uni, in 2 mesi).
Queste aste hanno anche un altro particolare bizzarro. Difatti, se la proposta di un impreditore viene accettata non per forza sarà l'unico vincitore.
La sua proposta è come una rincorsa che gli altri imprenditori possono tentare di seguire, difatti, quando un prezzo viene stabilito gli altri possono decidere se raccogliere la sfida o meno;chi accetta riceve il materiale.
Le stoffe le fanno arrivare direttamente al porto di Napoli e da lì ogni imprenditore le va a prendere. Ma uno soltanto verrà pagato a lavoro ultimato:quello che consegnerà prima i capi lavorati e a miglior qualità.
Gli altri imprenditori che hanno partecipato possono tenersi il materiale, ma non avranno un centesimo.
Il guadagno è talmente alto che per le imprese la perdita di stoffa non è un problema.
Se un impreditore per più volte non consegna, viene escluso dalle aste sucessive.
Con questo metodo, le griffe si assicurano velocità, qualità di produzione e competività, perchè se qualcuno tenta di rimandare qualcun'altro ne prenderà il posto consegnando prima di lui.
Nessuna proroga per i tempi dell'alta moda.

Questa è la realtà che si nasconde sotto le grandi firme, dietro le belle e costose borse per cui le eleganti signore vanno pazze al giorno d'oggi.
Mi chiedo se sapendo la realtà di quelle borse rimarebbero scioccate o completamente disinteressate.
Forse queste cose già si sanno;certo non sono stata la prima a dirlo, gli occhi del mondo non sono stati aperti con queste poche parole.
Ma vedete, come le grandi firme non denunciano, non denuncia neanche il Sistema-quello vero-italiano.
Perchè?
Abbiamo già detto che è grazie alla Camorra che l'industria italiana ha avuto il suo boom, è grazie ad essa che adessio sulle strade più di moda di New York si ammirano capi del tutto italiani.
Insomma, diciamolo chiaramente, la Camorra è il maggior pilastro e spinta dell'economia italiana.
Già, aveva ragione quella mia amica, adesso la Camorra non è più come ai tempi di Falcone e Borsellino, non è la Camorra ad aver bisogno dell'aiuto e dell'appoggio dei politici, sono i politici ad aver bisogno della Camorra.

giovedì 4 giugno 2009

Inquinamento E Castelli Di Sabbia

Per chi non l'avesse già fatto consiglio di leggere Gomorra, il libro che ha fatto grande scalpore di Roberto Saviano.
Bè, credetemi, sembra veramente un libro fantasy. Ci sono delle cose che neanche la mente più perversa sarebbe arrivata a pensare.
A me personalmente ha influenzato molto, essendo io della fascia sud dell'Italia.
Ma non credete che il problema "Camorra" riguardi solo il sud Italia. La Camorra ha le sue braccia che si infilano ovunque, in tutta Italia e, per di più in tutta Europa e in buona parte dell'America.
Il pezzo che sto per postare qui è strettamente influenzato e legato a ciò che troverete nel libro sopra citato.

Inquinamento.
Già, oggi parliamo di inquinamento. Vedrete come non è un problema riguardante solo il mezzogiorno.
Non iniziate a sbadigliare, non sono le solite cose sentite e risentite.
"Lo smog, il gas, l'effetto serra e il buco nell'ozono che ci ucciderà tutti".
No, io sto parlando di qualcosa che viene dall'interno della terra, il cancro della nostra terra.
Che non si basa su vane statistiche "Nel 2025 la temperatura si alzerà..." ma su effetti immediati, che si riscontrano subito a pelle.
Nessuno si è mai posto la domanda? Si registra che solo in Campania negli ultimi anni le morti provocate da cancro sono aumentate del 21%.
La spiegazione è molto semplice:
I rifiuti che contaminano la terra, inevitabilmente ritornano dentro di noi, così come il "cancro" di queste terre si impadronisce delle nostre cellule.
Riporto un esempio che può sembrare banale, ma da bene l'idea.
Conoscete la buona mozzarella campana? importrata in tutta Italia? Bene, quella mozzarella si produce nel casertano, da mucche che pascolano e si nutrono in terre che sotto il loro strato conservano rifiuti, sostanze chimiche e tossiche, ma di questo parleremo dopo.
Bene, la mozzarella viene fatta, distribuita e arriva sulle nostre tavole ogni giorno. Ecco distribuite piccole dosi di cancro gionaliero.
Si parla tanto di rifiuti delle industrie,tante storie per un po' di fumo nero, ma non vengono mai presi in considerazione i loro scarti, quelli che non sono visibili a occhio, come può essere il fumo che esce dai cunicoli, quelli messi a tacere sotto terra:rame, arsenico, mercurio, piombo, cromo, nichel..Suona invitante vero?

Ma analizziamo un po' le dinamiche.
Il sud è il capolinea di tutti gli scarti tossici della produzione italiana.
Campania, Sicilia, Calabria, Puglia, sono le regione con il più alto numero di reati ambientali.
Le stesse regione di quando si parla dei territori con maggiori organizzazioni criminali.
Fare due più due non è difficile, vero?
Dalla fine degli anni '90 i clan camorristici sono diventati i leader dello smaltimento dei rifiuti.
Si potrebbe pensare, qual'è il problema?
Stato o Camorra, i rifiuti vengono sempre smaltiti.
Cosa importa quali mani svolgono il lavoro, l'importante è che il problema viene risolto.
Il problema sorge parlando del come si fa.
Certo i boss di Camorra non hanno avuto nessuna remora ha imbottire i loro paesi di veleni.
Basti pensare che la procura di Napoli ha scoperto nel gennaio 2003 che in quaranta giorni oltre 6500 tonnellate di rifiuti dalla Lombardia sono giunte a Caserta.
Un ruolo rilevante lo svolge anche la Toscana, definita la regione più ambientalista d'Italia.
Qui si concentrano fra i più grandi movimenti di traffici illegali.
I toner delle stampanti d'ufficio della Toscana e della Lombardia vengono sversati di notte da camion che ufficialmente trasportano compost, concime.
In verità, le terre si caricano di cromo esavalente: se inalato si fissa nei globuli rossi e provoca ulcere, difficoltà respiratorie, cancro ai polmoni.
Ma non diamo subito la colpa ai nostri poveri politici.
Molte volte gli elementi che fanno funzionare questo meccanismo sono direttamente i funzionari, che per far aumentare di un po' il loro salario spesso non controllano nè verificano le varie operazioni, dando in gestione discariche a persone chiaramente inserite in organizzazioni criminali.
Pensate che le indagini segnalano che solo nel napoletano su 18 ditte di raccoglimento rifiuti, 15 sono legate a clan camorristici.

Una scena "divertente" è stata alla vigilia dello Tsunami, terremoto marino che come sappiamo ha colpito le Filippine nel 2004.
I volti degli imprenditori camorristici davanti allo scenario della televisione era a dir poco spaventato, allibito.
Paura, preoccupazione per la povera gente colpita da quella catastrofe naturale?
Oh no, paura per i loro affari.
Infatti, a causa della gigantesca onda le spiagge vennero squassate e dal loro interno uscirono centinaia di fusti stracolmi di rifiuti pericolosi o radioattivi, inculcati nella sabbia tra gli anni '80 e '90.
Impossibile non accorgersi di quei fusti, l'attenzione che si sarebe creata avrebbe potuto arrestare i traffici una volta per tutte, o almeno ostacolarli notevolmente.
E invece nessuno sembrò farci caso, tutto venne messo alla svelta a tacere, i volti continuarono a voltarsi e gli occhi a chiudersi, come sempre.

Ma non c'è una soluzione a tutto questo?
Ricorderete di certo l'emergenza rifiuti che ha colpito la Campania quest'inverno.
Bè, la soluzione sembra ancora impossibile per un territorio così riempito di spazzatura.
Per anni i rifiuti sono stati ammucchiati in ecoballe, enormi cubi di spazzatura imballata in fasce bianche, che se si cammina per il belvedere di Via Petrarca e si butta lo sguardo giù, per un tratto che sembra piccolissimo a Napoli si può ammirare questo spettacolo.
Solo per smaltire queste ecoballe ci vorrebbero 56 anni.
Un periodo troppo lungo per una cosumazione troppo grande di spazzatura.
L'unica soluzione sembrano essere gli inceneritori, sistemi puliti, che hanno già adottato diversi paesi.
Ma come mai quindi, ad Acerra, provincia di Napoli, appena si è sentita la parola "inceneritore" le furiose rivolte hanno subito bloccato anche solo la primitiva idea di uno di essi?
Ma non criticateli o prendeteli per masochisti, là dove le inchieste giudiziarie non sono ancora arrivate, la popolazione è già giunta.
Temono che l'inceneritori possano diventare le fornaci dei rifiuti di mezz'Italia a disposizione naturalmente dei clan, e quindi ciò comporta che tutte le garanzie sulla sicurezza ecologica dell'inceneritore sono ben vane, contro tutti i veleni che i clan potrebbero bruciare.

E per concludere in bellezza, passiamo alla parte più subdola e meschina che chiude lo scenario:
Se la vostra idea di camionista era quella di un omaccione grosso e muscoloso, con braccia tatuate e lunghi baffi crespi, bè, levatevela dalla mente. Accogliete piuttosto l'idea di un bambino a cui non è spuntata neanche la prima barba. Una fascia compresa tra i 13 e i 16 anni per l'esattezza.
Ormai i camionisti non vogliono più guidare i camion per sversare il carico, sanno benissimo di star maneggiando rifiuti altamente tossici.
Fu proprio un camionista, nel 1991, a far partire un inchiesta su questo traffico illegale, forse la prima inchiesta seria nella storia dei rifiuti.
M.T(iniziali di nome e cognome) era andato in ospedale in condizioni a dir poco pietose: occhi gonfi, pelle bruciata. Era completamente accecato, le mani avevano perso il primo stato di epidermide.
Un fusto tossico gli si era aperto sul viso.
Da quel giorno i camionisti si rifiutarono di portare a termine le missioni che gli erano affidate.
Così, erano dei ragazzani a fare il lavoro sporco.
C'era uno spiazzo dove li facevano esercitare a portare i camion, a frenare, con due cuscini sotto il sedere così che riuscissero ad arrivare ai pedali.
250 euro ogni viaggio, per un bambino era una somma enorme.
Gli stessi bambini che, 10 anni dopo, si sarebbero ritrovati con un cancro ai polmoni, dando la colpa alla loro sfortuna.
Venivano reclutati nei bar, i propietari sapevano, ma non osavano chiedere niente nè fare obiezione, ma non risparmiava fiato ad esprimere il proprio giudizio agli altri clienti con frasi del tipo: "Quella roba che gli fanno portare, più se la buttano i corpo quando respirano, prima li farà schiattare. Questi li mandano a morire, non a guidare".

è facile dire certe cose davanti a un caffè vero?
Davanti a gente che ti da ragione, gente innocua, ma come si secca la gola quando viene il momento di parlare davanti a chi ti potrebbe fare veramente male.
Questa è una delle verità di Napoli ragazzi, non sono storie inventate, molte di queste cose sono state dette prima di me da un ragazzo che in queste terre ci è nato e cresicuto, che ha sentito direttamente le parole del barista. Questa è la verità di Napoli e non solo.
Questa è una delle verità dell'Italia, tutta.
Perchè se un problema non ci riguarda personalmente non vuol dire che non sia affar nostro.
Queste poche parole, nella speranza di sensibilizzare un po' di più alcune persone, che non riescono a vedere a un palmo dalla punta del loro naso.