giovedì 3 dicembre 2009

Chiedimi Se Sono Felice

La Costituzione americana fissa “il diritto alla felicità”.
In seguito alla Dichiarazione di Indipendenza del 1776 vennero stabiliti tra i diritti dell’uomo quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.
Sia ben chiaro, non siamo nel Paese della Cuccagna, qui nessuno regala niente a nessuno. Ma per nessuna ragione deve essere vietata la libertà a una persona. È con la libertà che un uomo può raggiungere la propria felicità.
Tempo fa un uomo molto più saggio di me ha detto “Se vuoi uccidere un uomo, privalo del suo sogno più bello”.
È un bisogno primario, rientra tra gli istinti spesso incontrollati dell’uomo cercare tutto ciò che lo faccia stare meglio.
La felicità da sempre è ambita, cercata, conquistata a fatica per poi franare davanti ai proprio occhi, spesso non ci siamo mai resi conto di averla proprio lì, davanti a noi, spesso invece l’abbiamo trovata…ma a che prezzo?
Questo è un articolo diverso dagli altri, di solito tratto di politica.
Ma è una cosa che purtroppo ho appreso oggi, che mi ha toccato abbastanza da vicino, e mi sembra giusto dedicargli almeno una parte del nostro pensiero.
Oggi un ragazzo si è suicidato.
Sì suicidato, si è lanciato dal quinto piano del suo palazzo, inutili gli interventi dei medici, le lesioni erano gravi. Il suo cuore non ha retto.
Aveva 16 anni.
Adesso, la domanda che mi pongo è cosa mai avrà potuto spingere un ragazzo di 16 anni a compiere un tale gesto?
I giornali l’hanno descritto come un ragazzo assolutamente normale, andava bene a scuola, aveva una bella famiglia, una ragazza…ecco, sapete che hanno detto? “In seguito a un litigio con la fidanzatina”. Come se volessero addossare la colpa a una ragazzina di 14 anni. Se poteste vedere com’è ridotta adesso la ragazza.
Se avessero fatto parlare chi le cose le sa veramente, chi quel ragazzo l’ha conosciuto, e bene…ma non voglio puntare il dito contro nessuno, non voglio farlo diventare un testo accusatorio.
C’è rabbia certo, nelle mie parole, ma prima di tutto c’è dolore.
Anzi, il dito verso qualcuno lo voglio puntare.
Verso chi-e purtroppo si è sentito-ha descritto il suo gesto come “un gesto per attirare solo attenzione, per suscitare compassione e affetto”.
Allora, c’è chi descrive il suicidio come un atto di coraggio e chi come un atto impulsivo.
Io penso che un ragazzo di 16 anni sappia benissimo che facendo un volo dal 5° piano non ti rompi solo una gamba.
Il suicidio non è attirare l’attenzione, il suicidio è un gesto estremo di quando ti sembra non avere nessuna via di fuga, nessun alternativa per risolvere una situazione che sembra insormontabile se non con un atto che ponga fine a tutte le sofferenze. Per sempre.
Accuso la gente, che non conosceva il ragazzo, e che ha fatto presto a sputare sentenze e veleno.
C’è una cosa peggiore dell’ignoranza. L’ignoranza che si crede saggezza.
Come ho detto, purtroppo sono venuta a conoscenza dei problemi di questo ragazzo, forse proprio quelli che l’hanno spinto a tutto questo, ma per suo rispetto non mi sembra opportuno riferirli.
Forse è vero, ci possono essere state cose a prima vista insignificanti, problemi che insomma sono costretti a passare tutti gli adolescenti, ma il modo in cui si affrontano i problemi varia da persona a persona.
Ci sono caratteri autodistruttivi, caratteri che non riescono a trovare una soluzione ai problemi e caratteri che si lasciano andare.
E la cosa più brutta in queste situazioni è ritrovarsi da soli con se stessi. Spesso non possiamo aiutarci da soli. Spesso la buona volontà non è sufficiente.
Forse bastava solo il conforto di un amico, o l’affetto di un genitore.
Quello che voglio dire, è che però c’è sempre un rimedio a tutto.
Può essere facile la soluzione come può richiedere anni, ma tutto alla fine si riesce a superare.
C’è solo una cosa che l’uomo da secoli sta cercando di combattere, che è riuscito a ritardare, alleviare, ma non a sconfiggere. Ed è proprio la morte.
Di vita che ci piaccia o no ce ne hanno data solo una, senza sconti e senza garanzie, e una volta passato quel traguardo, purtroppo non si ritorna più indietro.
È un invito a dare valore e a tenerci caro questo sprazzo di vita, che nonostante tutto, anche quando la situazione sembra irrimediabile, e proprio la consapevolezza di questo nostro possesso che ci fa restare in vita.
C’è ancora un’altra versione, di chi da la colpa alla società.
La società che emargina, la società che discrimina.
Ci vengono imposti in maniera a noi del tutto inconscia -attraverso tv, pubblicità, “divi” da prendere ad esempio- dei parametri di giudizio, il dare grosso valore…a ciò che alla fine valore non ha.
Una società che si sofferma solo sull’apparenza, dove ciò che sei è meno importante di ciò che mostri.
Dove per essere “qualcuno” devi avere la borsa dello stilista in voga e il Rolex da centoni al polso.
Spesso mi è capitato di rendermi conto, che le persone che mostrano tutto queste belle cose, che danno di loro l’immagine modello, sono proprio quelle che hanno di meno da dare.
Che hanno bisogno di beni materiali per comparare la mancanza di un bene ben più grande, che però non riescono a offrire.
Forse è proprio il sentirci fuori luogo, troppo stretti in un sistema che opprime la nostra fantasia costringendoci a seguire una sola via, che ci porta alla fine a non stare bene neanche con noi stessi.
Da qualunque cosa stesse fuggendo quel ragazzo, spero abbia trovato la tregua alla sua sofferenza.